"NINO CATANIA,
il mago del mandolino"

Un ricordo del celebre
mandolinista siciliano e genoano


 



 

® articolo di Maurizio Lamponi pubblicato sul n. 2/3 1993 de “La Casana”, periodico trimestrale della Banca Carige Spa e pubblicato con l’autorizzazione dell’istituto di credito genovese.



Da sinistra: Oreste Grossi, Giacomo Lulli, Nino Catania, Paolo Bartolini,
Attilo Scorza, alcuni dei fondatori del Circolo Mandolinistico "Risveglio".


NINO CATANIA, IL MAGO DEL MANDOLINO

 

Forse non sono molti i Genovesi che conoscono la gloria avuta per un lungo tempo dalla loro città, a livello europeo e addirittura mondiale, in campo mandolinistico. Un primato conseguito soprattutto per merito di un siciliano, Nino Catania, che ha fatto di Genova la sua patria adottiva. Egli era nato nell'omonima città nel 1907 ed era giunto tra noi nel   1929 dopo una infanzia ed una adolescenza trascorse nello studio di quello strumento destinato a diventare l'oggetto vitale della sua esistenza. A Genova, città scelta quasi per caso nel suo viaggio al nord, aveva ben presto trovato un buon lavoro come vetrinista alla "Persil" - una ditta produttrice di detersivi - sistemandosi nella zona di San Fruttuoso.

 

Parallelamente aveva ripreso lo studio della musica già iniziato nella sua città natale sotto la direzione del maestro Carmelo Coletta, quando all'età di nove anni aveva ricevuto in dono - invece del richiesto violino, troppo costoso per le possibilità della famiglia - un mandolino usato. L'ulteriore perfezionamento lo portò sui palcoscenici degli allora  numerosi teatri cittadini e, successivamente, fare parte del prestigioso complesso di Pasquale Taraffo, il celebre chitarrista genovese.

 

Nino Catania aveva però delle idee ben precise circa l'utilizzo dell'amato strumento, ed aveva da subito iniziato una vera e propria battaglia personale per l'inserimento del mandolino nel mondo fino ad allora proibito della musica "importante". Bisogna però dire che, non solo a Genova, il panciuto strumento non era mai stato troppo apprezzato dai concertisti. Una sfortuna storica, iniziata al tempo del favoloso Paganini: già allora, infatti, il mandolinista genovese Pietro Vimercati che del grande violinista era amico e compagno di concerti, non era riuscito ad affermare la propria classe in maniera piena, rimanendo un illustre sconosciuto nonostante le acclamate esibizioni alle Corti regali di tutta Europa!

 

Nino Catania continuava a lottare con pervicacia e intelligenza per trovare possibili sbocchi per l'affermazione dei meriti di quello strumento ritenuto, a torto, soltanto adatto per qualche sonata casalinga o da osteria. Ma gli eventi familiari, di lavoro o di carattere generale si incaricarono di rimandare i suoi progetti ad un futuro tutto da definire; dapprima il matrimonio, nel '35, con una ragazza sampierdarenese, poi il fallimento di quattro anni dopo della "Persil" ed infine lo scoppio della guerra nel 1940 furono fatti che bloccarono tutti i sogni di gloria. Restava il grande impegno per il mandolino da lui portato avanti nel retrobottega del negozio di cappelleria aperto in via Trebisonda, tra un cliente e l'altro, negli intervalli dei frequenti "allarmi" aerei. Quella bottega era assai nota nel quartiere per la singolare caratteristica di emanare un incessante flusso di allegria, unica alternativa musicale ai lugubri suoni della città in guerra...

 

Dopo il ritomo alla pace, gli ultimi anni Quaranta si rivelarono determinanti per i sogni di Nino Catania; l'artista, ormai completo e preparatissimo sul piano tecnico, poteva finalmente imporre la sua marcata personalità a tutti i livelli. Una serie di seguitissimi concerti radiofonici dai microfoni di Radio Genova tra il 1948 e il 1949 e la creazione di alcune formazioni musicali - con il contorno di chitarre e di mandole - che lo avevano come esecutore di punta, fecero assurgere il mandolino ad una dimensione fino ad allora sconosciuta. I brani eseguiti erano quelli originali composti appositamente per lo strumento dai grandi autori della tradizione concertistica europea - Bach, Beethoven, Berlioz, Mozart, Vivaldi - o dallo specialista Hummel, che il Catania aveva sagacemente cercato e profondamente studiato, nonché gli altri pezzi da lui stesso adattati alla tonalità del mandolino nati per il violino o la chitarra.

 

Il nuovo decennio si apriva dunque con un sempre maggiore coinvolgimento del panciuto strumento nella vita musicale genovese. Tra gli estimatori nostrani del mandolino spiccavano per la loro autorevole personalità il violinista Mario Barbieri, allora titolare della Cattedra di Composizione al Liceo Musicale "N. Paganini" e Mario Pedemonte, che nello stesso organismo insegnava Storia della Musica. Essi non lesinavano affatto, in interviste o negli articoli di rivista, la loro ammirazione per l'operato del concertista genovese, che aveva saputo valorizzare al massimo quello strumento fino ad allora giudicato "minore". In quegli anni Nino Catania capeggiava tutta una serie di complessi che primeggiavano nelle stagioni concertistiche a vari livelli.

 

Con il "Quartetto a Plettro di Genova" - oltre a lui composto dal secondo mandolino Oreste Grossi, dal chitarrista Paolo Bartolini e dallo specialista della mandola Luigi Oberino - e con l'orchestra "Estudiantina Radiofonica" del maestro Gnecco aveva deliziato il pubblico genovese in tutti i maggiori locali di spettacolo: dal "Giardino d'Italia" al Ridotto del "Carlo Felice" - allora agibile nonostante i gravi danni subiti dal teatro - alla Sala del Palazzo Ducale, facendo accettare come un fatto logico l'utilizzo del mandolino nelle esecuzioni dei brani fino ad allora apprezzati solamente se suonati dai più celebri violinisti e chitarristi.

 

Quella notorietà non tardò a varcare i confini cittadini. Ciò avveniva soprattutto sulle ali delle notizie riportate in continuazione sia dalla stampa generica sia da quella più specializzata. Ad esempio, il periodico "Il Plettro Italiano" ospitava spesso articoli elogiativi dell'abilità di Nino Catania, dal tono dei quali traspariva la coscienza nel mondo degli specialisti di trovarsi di fronte ad un autorevole personaggio. I primi anni Cinquanta vedevano, inoltre, lo strumentista genovese più che mai impegnato nel dibattito con tutti coloro che - nell'ambito dei massimi inquadramenti musicali nazionali - negavano quell'inserimento che rompeva una tradizione di negatività ormai considerata irreversibile.

In quel periodo il maestro giunse anche – in un mare di ulteriori critiche - a sperimentare l'eliminazione del cosiddetto "tremolo", caratteristica peculiare del suono di quello strumento, per farlo sentire più idoneo allo spirito "serio" delle partiture classiche.

 

Intanto gli impegni ad alto livello si moltiplicavano, anche per effetto del corteggiamento di enti pubblici e privati per poter esibire l'artista in serate e concerti. Applauditissima, in tal senso, la nutrita serie di trasmissioni da Radio Milano che faceva da corollario ad un giro di serate musicali che avevano avuto come mete principali le maggiori città del Piemonte e della Lombardia. Nel 1952 giunse piacevole ed inaspettata sorpresa, la proposta per un giro di esibizioni artistiche negli Stati Uniti. La stampa americana aveva scoperto il genovese e - sempre più numerose erano le apparizioni della sua immagine sulle copertine o all'interno di riviste e periodici musicali. Nino Catania fu naturalmente assai lusingato dalla proposta, ma il suo attaccamento alla famiglia era tale che, dopo un tormentato periodo di incisione, lo fece desistere dall'accettare quella stimolante idea.             

 

Meno traumatica, forse perché non vi era di mezzo l'oceano, fu l'adesione ai numerosi inviti che gli giungevano da tutti gli angoli del vecchio continente. Iniziava così la serie dei viaggi nelle principali città europee che sarebbe continuata inarrestabile per tutto il decennio; nel '55 partiva al seguito della grande orchestra diretta dal maestro Armando La Rosa Parodi, con esibizioni da solista a Zurigo, Magonza e nel Lussemburgo. Fu poi la volta dei concerti tenuti a Radio Friburgo e nei teatri di Monaco di Baviera, Lucerna e Parigi, in duo con il già citato Paolo Bartolini.

 

Il '58 fu ancora un anno di punta per il nostro mandolinista, poiché vide la fondazione di un complesso stabile che avrebbe costituito motivo di prestigio per il capoluogo ligure. Si trattava della nascita del "Complesso a Plettro di Genova", composto da una dozzina di ottimi elementi della scuola strumentale cittadina, che aveva Nino Catania come primo solista e il maestro Franco Russo in veste di direttore e concertatore. Padrino e finanziatore del gruppo era un commerciante locale, il signor Raffaele Nahum - anch' egli contagiato dalla febbre del mandolino - che gli diede tra l'altro la possibilità di entrare in sala d'incisione. Se oggi possiamo riascoltare il trillo del mandolino di Catania nella sua più intensa espressività lo dobbiamo a quella serie di dischi che racchiudono il meglio delle sue espressioni da solista. Quel prestigioso  complesso era formato inoltre dai più noti interpreti nostrani della musica classica, come il professore Stefano Dodero, gli specialisti della mandola Luili e Traverso, il concertista di liuto Silvio Maura e di violoncello Carlo Canepa. Ne era componente anche Arnaldo Tegoni, ancora oggi impegnato nella diffusione della musica a plettro nell'ambito del Circolo Mandolinistico "Risveglio" di Sampierdarena - il solo organismo di quella specializzazione rimasto in funzione a Genova - e promotore di questo articolo.

 

Nino Catania riprendeva le tournée in Italia ed all'estero, proseguite incessantemente dagli ultimi anni Cinquanta alla metà del decennio successivo, compiute alternativamente con quella formazione o nell'ambito dei sodalizi a due formati con il pianista Rolando Pistoiesi o con il professore di Chitarra Classica al Liceo Paganini Carlo Palladino. Un'altra inquadratura contingente nell'Orchestra a Plettro "Senese" diretta dal maestro A. Bocci lo aveva visto trionfare al Festival mondiale di quel tipo di musica tenutosi nel 1958 a Kerkrade, in Olanda. Era stato anche a Roma per eseguire la Serenata per mandolino nell'Otello" interpretato dal tenore Mario Del Monaco.

 

Con gli ultimi anni Sessanta giungevano, purtroppo, le avvisaglie del male - un disturbo alla vista - che bloccò l'attività di Nino Catania nel pieno della sua espansione. Egli poté ancora riprendere parzialmente le esibizioni dopo una lunga serie di interventi e di cure, ma si comprendeva che il Professore - il titolo non accademico ma legittimato dalla realtà con cui veniva ormai appellato a tutti i livelli - non era più quello dei grandi trionfi. Egli suonò ancora in sempre più sporadiche occasioni in cui riusciva  a nascondere, a prezzo di inauditi sforzi di volontà, il suo precario stato di salute. Nel 1971 e nel 1973 eseguì due memorabili concerti a Brescia,  uno al Teatro  Grande e l'altro al tempio  di S. Francesco d'Assisi. Poi ancora qualche breve apparizione in serate concertistiche ed infine l'annunciata  chiusura  della  vita  artistica.  Essa  avvenne a Firenze, nel 1974, con una esibizione di accompagnamento della ballerina Carla Fracci nel celebre "Lago dei Cigni". L'artista moriva a Genova nel giugno del 1985,

 

Di Nino Catania rimangono le memorie dei trionfi da lui conseguiti, testimoniati dalle copiose documentazioni testuali, discografiche e fotografiche amorosamente conservate dalla famiglia, nonché dai ricordi diretti di coloro che ebbero modo di apprezzarne le capacità artistiche, da vero mago del mandolino. Una gloria che portò alto il nome di Genova nel mondo.


 


 

 



Dall'alto:

-         il Complesso  a plettro  di  Genova  in una  foto  del 1958, anno della sua fondazione

-         una formazione musicale del 1958 diretta dal Maestro Franco Russo, al centro Nino Catania

-         la copertina di una rivista americana del 1951