Articolo pubblicato su LA STAMPA

Copyright © 2005 La Stampa, edizione del 30.4.2005, pag. 16

Lo strumento napoletano per antonomasia ora si studia, si produce e si suona soprattutto in Giappone

 

MANDOLINO

Il Sol Levante sta ‘n fronte a te

 

Fulvio Milone

NAPOLI

 

Come una madre che ha ripudiato il figlio, questa città non ama più il mandolino. Certo, nell’ormai sbiadita «cartolina» napoletana restano il Vesuvio, la pizza e la mozzarella. Ma l'immagine dello strumento evocatore dell'innata passione dei figli di Partenope per la musica, quella pare proprio destinata a scomparire. Un tempo compagno inseparabile di Pucinella che non pizzica più le sue corde, per oltre un secolo fonte di sostentamento dei «posteggiatori», antesignani degli artisti di strada che allietavano con motivi popolari i clienti dei migliori ristoranti, il mandolino, emigra in Giappone, dove va a ruba. Lì sì che lo amano, e soprattutto lo suonano.

«Purtroppo i napoletani non comprano lo strumento più napoletano che esista», conferma con amarezza Raffaele Calace, rappresentante di una delle più antiche famiglie di liutai. Il 2005 segna un anniversario importante per Raffaele: il suo trisavolo, Nicola, cominciò nel 1825 l'attività che sarebbe stata tramandata per generazioni, e lui ha dedicato alla ricorrenza dei 180 anni di vita dell'azienda un catalogo e un convegno. Ma al sapore dolce della festa si alterna quello, assai amaro, della disillusione. «Se non fosse stato per i giapponesi avrei cambiato mestiere da un bel po’», dice, mentre con i suoi cinque dipendenti lavorano alle rifiniture di un pezzo pregiato nel suo laboratorio: 130 metri quadri che odorano di antico in un palazzo monumentale abitato quattro secoli fa dal madrigalista Gesualdo da Venosa e poi da Raimondo di Sangro, principe di Sansevero, alchimista in odore di stregoneria. In quei locali vengono prodotti poco meno di 400 strumenti l'anno. Il prezzo varia dai 600 ai 2.400 euro. «Mi duole ammetterlo, ma ormai il novanta per cento della mia produzione è destinata all'Estremo Oriente - spiega Calace - Il lavoro va bene, intendiamoci, ma mi amareggia la disaffezione della mia città da uno straordinario strumento musicale che l’ha resa famosa nel mondo».

Il binomio Napoli-mandolino, aggiunge Calace, è in crisi da tempo. «I guai sono cominciati con il declino della canzone napoletana classica. Nella prima metà del Novecento la musica era nel Dna di questa città. In ogni casa, povera o ricca che fosse, c'era un rnandolino, e i ragazzi prendevano lezione dai maestri che a Napoli abbondavano. Ma i tempi sono cambiati, e con gli anni si è persa la memoria di una grande tradizione. I giovani non imparano più a suonare strumenti considerati vecchi. Non sono più «protagonisti» della musica: non la «fanno» ma l'ascoltano andando ai concerti o comprando cd». E quei cd, sospira Calace, non sono certo di antiche canzoni napoletane, rimosse da un popolo che pure,su di esse, ha fondato la sua fama. «'O sole mio» e «Torna a Surriento» non sono più di moda a Napoli, ma in Giappone sì. Le note magiche che un tempo si levavano attorno al Vesuvio ora si insinuano languide fra i grattacieli di Tokio. il perché ce lo spiega ancora una volta Raffaele Calace: «La melodia napoletana lì è amata, studiata e soprattutto suonata». il mandolino la interpreta alla perfezione, esaltandone di volta in volta la malinconia e l'allegria. Ma c'è di più: come dice il liutaio, «si adatta anche alla tradizione musicale giapponese. Per questo è molto diffuso. Costituisce addirittura materia di insegnamento: ogni college ha la sua orchestra in cui figura il mandolino, i ragazzi si esibiscono in decine di concerti. Qui non è così, lo strumento napoletano per eccellenza non si studia nelle scuole, tranne che al Conservatorio».

Un brutto colpo per Calace, che nonostante tutto non ha mai voluto staccarsi dalla sua città. E dalle sue origini. La storia della famiglia si intreccia con quella della musica napoletana. Cominciò con Nicola, il capostipite, imprigionato nel carcere di Procida perche carbonaro. Nel 1825 fu libero grazie ad un'amnistia concessa ai detenuti politici da Francesco I di Borbone, e realizzò il suo sogno: fabbricare chitarre e mandolini. Ma fu il nipote, Raffaele, che diede un impulso decisivo all'azienda: modernizzò lo strumento sostituendo le corde di budello con quelle d'acciaio; creò la «mandolira», una via dimezzo fra il mandolino e la lira. Artigiano, ma anche musicista autore di 200 opere, nel 1924 si esibì in una serie di concerti in Giappone. il successo fu clamoroso, tanto che fu soprannominato «il Paganini del mandolino» e l'imperatore Hiroito gli concesse una onorificenza. Non sapeva che quella tournee avrebbe segnato l'inizio di un lungo rapporto fra due mondi fino ad allora tanto distanti, Un rapporto a cui oggi suo nipote, Raffaele jr, deve probabilmente la sopravvivenza economica, visto che Napoli non suona più il mandolino.