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Copyright ©2005 La Stampa, edizione del 30.4.2005, pag. 16
| UN AMORE RICAMBIATO PER IL MUSICISTA CHE CELEBRA PRESENTE E PASSATO DI QUELLO STRUMENTO
Arbore: «La sua melodia seghetta il cuore»
«Fu ripudiato come retorico, invece è la tradizione e l’anima di Napoli»
S’INFIAMMA Renzo Arbore quando parla del mandolino, non a caso ha eretto un monumento in nome e per conto di tutti quei mandolinisti che videro vilipesa e oscurata la loro arte, come fossero affetti dall’epidemia dello stereotipo pulcinellesco. Ora che lo strumento partenopeo per antonomasia porta gli occhi a mandorla, Arbore gli restituisce dignità autoctona ai modi di un buon divulgatore scientifico. Nel suo programma cult del sabato notte, «Speciale per me», ha appunto sistemato come icona il mandolinista triste, ma non si tratta di un monumento ai caduti, tiene a sottolineare, bensì il trionfo del riscatto.
Renzo Arbore, allora il mandolino sta morendo oppure è vivo e vegeto ed è stato solo calunniato?
«Il mandolino torna ovunque, con riluttanza a Napoli che lo inventò. Lì se ne producono sempre meno mentre in America ne sono appassionati. In Giappone studiano mandolino un milione di ragazzi, a scuola. E quando andai in tournée con la mia orchestra e chiesi uno o due mandolinisti del luogo in grado di simpatizzare con i miei mi risposero: “Quanti ne vuole, settecento?”. Loro producono chitarre acustiche e mandolini ottimi. Murolo ne suonava uno e anch’io ho un “Takamine”.
Ma che cosa è successo? Perché Napoli ripudia una sua creatura?
«Ora fortunatamente non è più così, infatti è stata istituita una cattedra di mandolino perfino a Napoli, buon ultima rispetto ad altre città europee. Nel mio programma ho ospitato i musicisti dell’Associazione mandolinistica romana, loro si riuniscono ogni giovedì, per diletto. A Napoli i mandolinisti della mia orchestra vivono un’attività molto intensa. Si sta invertendo la rotta».
Rispetto a un oblio acclarato?
«Rispetto ai tempi che viviamo. C’è stato, dieci o quindici anni fa un ripudio fallace della “cartolina” napoletana, intesa e raffigurata come stereotipo della napoletaneità. In essa si ripudiavano tutti i cosiddetti luoghi comuni: il panorama, il mandolino, perfino “O sole mio” fu giudicata retorica. Ora meno, anche i cantanti pop cantano napoletano, ora si è capito che la filosofia della rimozione è sbagliata. Guai se si rinnega la tradizione, significa rinunciare alle basi, alle fondamenta per costruire il nuovo. È come se nel jazz si rifiutasse il blues».
Così adesso il mandolino è variamente interpretato?
«Certo, sia come strumento, sia come musica. In America ci sono determinati negozi che vendono solo mandolini anche perché è entrato a pieno diritto nella musica country, un mandolino interpretato diversamente ma sempre mandolino è. La sua fabbricazione ora è industriale e gli artigiani, come in tutti i campi, hanno la vita più dura».
Ma che caratteristiche ha il mandolino per aver scatenato passioni così alterne?
«Innanzitutto è efficacissimo per le melodie, per l’antica canzone napoletana. È in grado di seghettarti il cuore con la sua malia, restituisce un fascino tutto particolare. Io dopo tanta militanza al servizio della canzone napoletana, penso sia uno strumento indispensabile, anzi è lo strumento per eccellenza. Prendiamo quel vibrato che appunto ti strazia il cuore di passione; è arioso, aggiunge volume alle melodie. Ha il suono dolcissimo, allegro e squillante nel registro acuto mentre nel registro grave è malinconico».
Un innamoramento ricambiato?
«I primi tempi ho faticato a trovare dei mandolinisti, appunto per quella crisi di cui abbiamo parlato. Oggi sono moltiplicati, nel mondo, senza differenze di latitudine. Una vittoria del riscatto dovuto». |
