Pubblicato su , mercoledì , 21 gennaio 2004

 AL TEMPO DEI BORBONE

Il carbonaro Nicola, prigioniero a Procida, torna libero grazie all’amnistia e si guadagna
da vivere costruendo chitarre

di PAOLA PEREZ


Tutto comincia con un’amnistia. Nel 1825 re Francesco I concede la libertà ai prigionieri politici: tra questi Nicola Calace, confinato a Procida per le sue idee rivoluzionarie e la partecipazione ai moti carbonari. Originario di Pignola (Potenza), figlio di un farmacista, Nicola resta sull’isola e s’inventa un mestiere mettendo a frutto la sua passione per la musica. Fonda una liuteria, comincia a fabbricare chitarre. Suo figlio Antonio trasferisce l’attività a Napoli, alle chitarre aggiunge i mandolini e dà inizio al corso «moderno» degli strumenti, corde e meccanica d’acciaio al posto del budello e dei piroli in legno.

I figli di Antonio, Nicola e Raffaele, sviluppano la lavorazione e si lanciano sulla prima rotta dell’export, destinazione Svizzera. Nel 1911 le loro strade si dividono. Nicola emigra in America, Raffaele resta nella bottega di famiglia e la alimenta con la fiamma del genio. Inventa il mandolino da concerto, spingendo lo strumento tradizionale fino al ventinovesimo tasto; trasforma il mandoloncello in liuto cantabile, cinque coppie di corde e un manico più lungo per toccare l’apice del virtuosismo; brevetta l’arciliuto, fratello a plettro del contrabbasso ad arco. Mentre costruisce a getto continuo, compone e suona. Quasi duecento opere e una fortunata tournée in Giappone gli valgono la definizione di «Paganini del mandolino». Il testimone passa al figlio Giuseppe, musicista e liutaio, mentre il figlio Vincenzo e le figlie Maria e Vittoria si dedicano prevalentemente all’attività concertistica.

A Giuseppe si deve la rinascita dell’attività dalle rovine della guerra: il laboratorio sforna mandolini, mandole, liuti, violini e chitarre costruiti con quel poco di legno che c’è, strappato da vecchi mobili e dalle mani dei rigattieri. Oggi, nella bottega di Palazzo Sansevero (piazza San Domenico Maggiore), c’è suo figlio Raffaele junior. Via le chitarre e gli strumenti ad arco, si dedica soltanto al mandolino. Ma c’è anche Annamaria, figlia di Raffaele: 24 anni, laureanda in economia, pianista e mandolinista, esperta nell’arte del traforo, il suo compito è quello di realizzare le decorazioni in madreperla e tartaruga. Siamo alla sesta, e si spera non ultima, generazione. «Quando avrò dei figli - spiega Annamaria - cercherò di indirizzarli sul nostro percorso artistico e artigianale».

Dieci ragazzi, tra dipendenti e collaboratori esterni, si danno il cambio nelle diverse fasi della lavorazione. «È bene che ognuno segua un solo passaggio - spiega Raffaele - perché così si ottiene il prodotto migliore». La fabbricazione del mandolino comincia dalla cassa - il lato posteriore - che viene plasmata su una sagoma in legno pieno mettendo insieme sottili doghe di palissandro o d’acero. Perché la tenuta sia perfetta, tra la colla a caldo e i listelli si inseriscono tante striscioline di carta paglia. E se pensate di non sapere cosa sia la carta paglia, vi sbagliate: è quella comunemente usata dai pescivendoli per avvolgere il cefalo o il merluzzo.

«Terminata la cassa - continua a Raffaele - passiamo alla tavola armonica, la parte anteriore, che deve essere lievemente inclinata a fuoco: se fosse dritta non avremmo il suono vivace del mandolino ma quello, molto più statico, del banjo. Per questa fase usiamo l’abete. Meglio quello a venatura stretta, preso da alberi molto antichi: poiché il legno vibra lungo l’asse della vena, il suono è tanto più ricco quanto più numerose sono le vene». Sul retro della tavola si applicano altre bacchette di legno, le cosiddette catene. Alcune servono solo per tenere insieme lo strumento, mentre la catena di risonanza si sviluppa in obliquo per calibrare la vibrazione delle corde (più spazio ai toni gravi, meno spazio agli acuti).