LE BIOGRAFIE DEI COMPOSITORI DI MUSICA
PER MANDOLINO




Il mandolinista pescarese Ermanno Zappacosta ha elaborato una ricerca su Carlo Munier  (1,38 MB) che si mette a disposizione di tutti.

Per le date di nascita dei compositori, vedasi anche il sito giapponese http://www.mirai.ne.jp/~kaz/composer.htm
.

Di seguito le biografie tratte da "L'amandolino".

(in ordine alfabetico)

DOMENICO DE GIOVANNI

GIUSEPPE BELLENGHI

SALVATORE FALBO-GIANGRECO

PIETRO GIUSEPPE GAETANO BONI

EUGENIO GIUDICI

BARTOLOMEO BORTOLAZZI

BRUTO MASTELLI

UGO BOTTACHIARI

LUIGI MOZZANI

GIUSEPPE BRANZOLI

GIUSEPPE PETTINE




GIUSEPPE BELLENGHI

Nasce a Faenza nel 1847 e muore il 17 ottobre 1902 a Firenze. Violoncellista di talento, compositore e virtuoso del mandolino, nacque in molto umili circostanze, ma fu riccamente dotato di attitudine ed amore per la musica che si sono manifestate in lui molto precocemente.

Egli cominciò presto lo studio del pianoforte ma non passò molto tempo che fu attratto dal violoncello al quale si dedicò sotto la guida di conosciuti maestri, tra i quali erano Teodulo e Jefte Sbolci. Si trasferì a Firenze, dove per un periodo fu violoncellista in vari teatri, e più tardi fece la sua apparizione come solista in importanti concerti, a Firenze e a Bologna. Egli era anche insegnante di violoncello e i suoi allievi erano numerosi, la più dotata dei quali era la cellista Elvira Paoli. Stranamente, per quei tempi, egli si innamorò del mandolino e, tralasciando il suo violoncello, dedicò la sua carriera artistica e la sua vita alla diffusione di questo strumento. A quel tempo il mandolino era lo strumento favorito della società aristocratica e nobiliare, ma egli riuscì a prevedere l'universale popolarità dello strumento e della sua musica.

L'acume affaristico di Bellenghi era altrettanto acuto del suo genio musicale: avendo fatto un esaustivo studio del mandolino e della sua musica, cominciò all'incirca verso il 1870 a dare lezioni dello strumento. Il suo tempo era ora pienamente occupato dal mandolino: i suoi allievi erano numerosi e danarosi, includendo fra questi anche membri della Famiglia Reale e della nobiltà titolata.

Egli fu mandolinista solista nei più importanti concerti e con l'assistenza dei suoi allievi e di celebrati musicisti durante il decennio 1890-1900 organizzò molti concerti a Firenze e Bologna, ai quali parteciparono anche famosi mandolinisti quali Riccardo Rovinazzi e Silvestro e Carolina Grimaldi.

La scarsità di musica disponibile per mandolino lo costrinse a scrivere molte selezioni di brani celebri, che furono pubblicate da Ricordi, e nel 1882, rendendosi conto che c'era grande richiesta di queste pubblicazioni, cominciò a pubblicare suoi lavori. In poco tempo egli pubblicò anche composizioni di altri mandolinisti e questo portò alla fondazione a Firenze della famosa casa editrice Forlivesi & C., che al momento della sua cessazione aveva pubblicato più di 7000 composizioni di vari autori.

I concerti che vedevano la partecipazione di Bellenghi come mandolinista erano invariabilmente patrocinati dalla Casa Reale e dall'élite della società; in varie occasioni fu invitato a Londra da facoltosi allievi per continuare i loro studi di mandolino.

Il seguente avviso apparve sulla Gazzetta musicale di Milano nel settembre 1902: "Una nota di sentito cordoglio. A soli 50 anni di età, la morte ci ha privato dello stimato musicista Giuseppe Bellenghi,. Romagnolo di nascita ed istinto, venne a Firenze quando era ancora giovane e dal momento che entrò in città decise di farne la sua residenza permanente. Dapprima sconosciuto, il suo naturale genio, l'affabilità e le maniere gentili molto rapidamente gli fecero guadagnare una buona reputazione. Egli era abbondantemente dotato di qualità artistiche e, inoltre, era di industria prodigiosa e perseveranza. Dedicò senza riserve la sua vita e il suo talento al violoncello e al mandolino, e scrisse per questi strumenti numerose composizioni, le migliori nel loro genere. Dotato di abbondante e spontanea vena musicale, egli raggiunse il successo e la popolarità con il suo lavoro, in tutto il mondo. La Casa Ricorsi ha pubblicato un gran numero di suoi arrangiamenti per mandolino e chitarra, ed essi rimangono senza paura di confronto. Bellenghi fondò a Firenze nel 1882 la Ditta di strumenti musicali e di edizioni conosciuta come Forlivesi - che era il nome da ragazza di sua moglie - e che solo grazie alla sua conduzione giudiziosa è arrivata alla sua attuale importanza...Firmato Conte G. Gabardi". L'attività della Ditta venne continuata dal figlio Renato.

Le composizioni di Bellenghi furono molto numerose ed egli ne pubblicò parecchie sotto il nome di G. B. PIRANI. E' autore di un Metodo completo per mandolino in tre parti, pubblicato in francese, italiano e tedesco. Questo lavoro fu premiato con il 1° premio all'Esposizione Universale di Genova nel 1892, alla cui presidenza era il noto violinista Camillo Sivori. Preparò anche una serie di esercizi giornalieri intitolati La ginnastica del mandolino, con l'obiettivo di rafforzare il quarto dito., e un volume di Scale ascendenti e discendenti maggiori e minori in tutte le posizioni per mandolino, oltre a Sei suo per due mandolini e al Trattato teorico sui rudimenti della musica.

Bellenghi fu il primo a scrivere e pubblicare un metodo per liuto moderno e sotto lo pseudonimo di G. B. Pirani pubblicò metodi per mandola e chitarra. Le più popolari fra le sue composizioni furono i valzer Profumi orientali e Renato, che ebbero entrambi varie edizioni. Renato fu a quel tempo il più popolare fra le orchestre mandolinistiche. Il primo fu arrangiato da Bellonghi come una canzone con parole in francese, italiano ed inglese. Scrisse molti lavori leggeri per pianoforte solo e a 4 mani; canzoni con accompagnamento di pianoforte o chitarra; lavori per 2 mandolini, violoncello e chitarra; settanta arrangiamenti e composizioni originali per orchestra a plettro; circa cinquanta per chitarra sola; un insieme di variazioni per mandolino con l'accompagnamento di piano o chitarra ispirate alla Variazioni sul Carnevale di Venezia di Paganini. Questo lavoro pone Bellenghi tra i più importanti mandolinisti virtuosi.

Egli inoltre allargò gli obiettivi ed estese le possibilità dello strumento poichè niente di così avanzato era stato pubblicato fino a quel momento per mandolino. Queste variazioni furono dedicate alla memoria del virtuoso mandolinista cieco Fridzeri [non risulta che Fridzeri fosse cieco - n.d.t.]. Forlivesi pubblicò molti dei lavori dello stimato mandolinista e compositore Carlo Munier.

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PIETRO GIUSEPPE GAETANO BONI

Nacque probabilmente a Bologna nella seconda metà del sec. XVII. Indicato come abate nel frontespizio di alcune sue opere, s'ignora, tuttavia, quando e dove prendesse gli ordini ecclesiastici e da quali maestri ricevesse la formazione musicale che, però, quasi con certezza può ritenersi avvenuta a Bologna, forse nell'ambito dell'Accademia filarmonica, cui attingeva allora il mondo centro-settentrionale italiano e straniero. Verso la fine del 1711 si recò a Roma, raccomandato ad Arcangelo Corelli presumibilmente dal maestro di cappella di S.Petronio a Bologna, Giacomo Antonio Perti (che era anche uno dei più autorevoli membri dell'Accademia filarmonica), secondo quanto fa supporre la lettera di risposta inviata da Corelli - in data 21 Ottobre 1711 - ad un  anonimo "Onoratissimo Signor e Colendissimo protettore" (Rinaldi). L'influenza del Corelli fu sensibile nelle composizioni strumentali del Boni, che visse lunghi anni a Roma - almeno fino al 1720 - e vi pubblicò tre raccolte di sonate, la prima delle quali consta di dodici Sonate per camera a violoncello e cembalo, op.I, Roma 1717 (senza indicazione d'editore). Fu forse dopo questa pubblicazione che Boni venne accolto nell'Accademia filarmonica bolognese. Dedicatosi intanto anche alla musica vocale, nel 1719 fece eseguire a Perugia una  Cantata per la Notte di Natale e l'8 Gennaio 1720 fece rappresentare al Teatro della Pace a Roma l'opera Tito Manlio, su libretto di M. Noris, (libretto in precedenza musicato anche da C. F. Pollaroli, al quale è attribuita dall'Allacci, dal Clément e Larousse e dal Clémet pure la musica di questa ripresa romana). La seconda raccolta di dodici sonate, intitolata Divertimenti per camera a violino, violone, cimbalo, flauto e mandola, op.II, incisa da Antonio Cleton, apparve a Roma senza anno, ma il Torchi la ritiene del 1720; egli nota in queste sonate "una strana mescolanza di stili e di forme: su tutto prepondera la tecnica, perfino nei tempi di danza che s'erano sempre mantenuti sin qui relativamente semplici". All'apparenza questa raccolta è la stessa che figura manoscritta, col titolo di Divertimenti per camera a violino e basso, senza numero d'opera, nel catalogo do R. Haas, Die Estensischen Musikalien (Regensburg 1927, pp.81-83), che dà l'indice tematico di tutte le sonate. La presenza di quest'opera fra le musiche della biblioteca della casa d'Este (parte della raccolta è oggi alla Nationalbibliothek di Vienna) testimonia il favore di cui godeva la produzione strumentale di Boni.

Non si sa se nel 1726 il Boni fosse ritornato a Bologna, dove nello stesso anno venne eseguito il suo oratorio S.Rosalia nella chiesa della Madonna di Galliera. La sua terza raccolta di musiche strumentali, dieci Sonate a violone o cembalo, op.III, fu stampata dal Fasoli a Roma nel 1741 e dopo questa data non si hanno altre notizie sulla sua attività né sulla sua vita.

Il Boni lasciò, inoltre, un volume di composizioni strumentali manoscritto, privo di titolo, citato nel catalogo del Gaspari come Sonate per cembalo; per il Newman si tratta, invece, di sonate per violino e basso continuo e benchè il basso figurato non sarebbe in sé prova convincente, tuttavia la ricca figurazione nella parte superiore, includente numerose indicazioni adatte specialmente al violino, non lascia dubbio.

Luogo e data di morte del Boni rimangono finora sconosciuti, ma si presume che sia morto a Bologna intorno al 1750.

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BARTOLOMEO BORTOLAZZI

[…] Lo storico bresciano Andrea Valentini (1820-1909) nel suo libro “Musicisti bresciani e il Teatro Grande”, edito a Brescia 1894, ci fornisce precise notizie riguardanti la vita di Bortolazzi. Tali notizie – scrive il Valentini – “ … mi furono cortesemente favorite dal notaio Claudio Fossati di Toscolano (1823-1895) cultore indefesso e intelligente della storia patria e particolarmente della riviera del Lago”.

Le preziose informazioni del Valentini contribuiscono a chiarire definitivamente sia il luogo e la data di nascita della tragica scomparsa in mare di Bortolazzi e della sua famiglia.

Bartolomeo Bortolazzi nacque a Toscolano (oggi comune di toscolano Maderno in provincia di Brescia) ridente borgata della sponda occidentale del Lago di Garda il 3 marzo del 1772, da Domenico di Giacomo e Apollonia Lombardi, come risulta dal “libro dei Battezzati dal 1695 al 1775”, tuttora conservato nell’archivio della Parrocchia di Toscolano. Al momento della nascita del piccolo Bartolomeo, Toscolano faceva parte, come quasi tutta la provincia, della Repubblica di Venezia e godeva di un fiorente artigianato che, particolarmente nel settore della lavorazione della carta, divenne vera e propria industria, soprattutto per merito delle famiglie Agnelli di Toscolano e Monselice di Maderno. Le cartiere del Lago di Garda fornivano, a quel tempo, i due quinti del prodotto cartario della Lombardia ed erano tenute in grande considerazione dal governo Veneto.

Giovanetto, Bartolomeo dovette, seppure a malincuore, seguire le orme del padre Domenico per apprendere il mestiere del cartaio. Era un mestiere poco gradito dal piccolo Bartolomeo che aveva un carattere inquieto più propenso a sognare che a lavorare la carta e con una prepotente passione per la musica, tanto da diventare in brevissimo tempo, un ottimo suonatore di mandolino, stimato e ammirato dai suoi compaesani e dagli amici delle borgate vicine.

Esaltato dai successi ottenuti, Bartolomeo divenne sempre più ansioso e inquieto. La sua famiglia, il suo paese, il suo lago, gli erano troppo angusti; egli voleva trovare nuovi spazi, conoscere altri paesi, altra gente, e portare la sua musica altrove.

Questo sogno si avverò nel 1790 quando, in compagnia dei suoi amici Bazzani e Lena, suonatori di chitarra e Pietro Ferrari, cantore di arie buffe, abbandonò il tetto natio: aveva 18 anni.

L’avventura era cominciata percorrendo paesi e città dell’Italia del Nord, tenendo concerti nelle piazze,nelle osterie e nei teatri.

Il successo fu immediato, applausi e denaro consentirono all’allegra brigata di condurre una vita lieta e spensierata. Non soddisfatti del felice inizio dell’avventura, vollero andare oltre e decisero di varcare i confini per trasferirsi in Francia. Anche in terra francese gli allegri musicisti ebbero successi e denaro; ma ben presto il fuoco della Rivoluzione, che aveva sconvolto la Francia e l’Europa, incominciò a scaldare l’aria e pose frettolosamente fine alla vita lieta e spensierata di Bartolomeo e dei suoi amici, costringendoli in gran fretta a lasciare la Francia e cercare lidi più sicuri e tranquilli. Ritornati a Toscolano, dopo breve tempo furono ripresi dalla febbre dell’avventura e partirono alla volta del Tirolo, da dove passarono in Austria visitando le città più importanti dell’Impero fino a raggiungere Vienna.

Anche qui non mancarono successi e riconoscimenti che permisero loro di condurre una vita senza preoccupazioni economiche.

Fu a Vienna che Bortolazzi ebbe la fortuna di incontrare il “.. celebre pianista Colò di Riva di Trento che, favorevolmente impressionato dal talento di Bartolomeo, lo avviò a seri studi musicali e letterari”.

Tali studi furono affrontati dal Bortolazzi con amore e intelligenza pronta e vivace. Verso il 1794 Bortolazzi si sposò Margherita Leonardi, nato presumibilmente in un paese del Trentino. Nel 1795 tornò a Toscolano dove risiedeva la moglie che era in attesa di un bambino (come apprendiamo dal “libro dei battezzati dal 1775 al 1813” e tuttora in possesso della Parrocchia di Toscolano). Il figlio nacque il 29 marzo 1796 e gli fu imposto il nome di Giacomo Giuseppe. La nascita del figlio e gli studi compiuti con il generoso maestro Colò favoriscono in modo positivo l’inizio della carriera di Bortolazzi.

A Vienna – scrive il Valentini - : “… andavano a gare nel prodigare al nostro Bortolazzi inviti, nel offrirgli impieghi e protezioni, nel regalargli denaro e onoreficenze, tutti rapiti dalla bella arte del suo strumento, dalla facilità, eleganza e melodia delle sue composizioni che improvvisava a bizzeffe”. Nel 1799 Bortolazzzsi trasferì a Londra, forse invitato da una loggia massonica. Difatti, pressoil British Museum, si trovano alcune composizioni vocali dedicate ai “fratelli della Loggia dei Pellegrini”. Ed è a Londra che egli incontrò, nel 1799, il giovane compositore slovacco Johann Nepomuk Hummel (1778-1837), che gli dedicò il famoso concerto per mandolino e orchestra (ora reperibile presso il British Museum). Evidentemente il giovane Hummel rimase affascinato dal virtuosismo di Bortolazzi, tanto da dedicargli il concerto, che nella stesura, risente dei consigli che gli vennero suggeriti dal Bortolazzi, soprattutto per quanto riguarda il modo di trattare la scrittura dello strumento.

Il mandolino era abbastanza conosciuto a Londra, in quanto Giovanni Battista Gervasio aveva tenuto un concerto nel 1768 e Pietro Leone aveva fatto pubblicare in quegli anni il metodo per mandolino. Inoltre lo strumento era stato impiegato da Haendel (1748), da Arne (1764) e da altri compositori. È’ probabile che Bortolazzi, durante la sua permanenza a Londra, che durò dal 1799 al 1802. Abbia avuto l’occasione di conoscere alcuni musicisti che si trovavano in quella città in quegli anni. Fra questi il celebre Giovanni Battista Viotti (1755-1824), il celebre tenore e compositore Luigi Asioli e la celebre cantante Giuseppina Grassini ed altri.

Alla fine del 1802 Bortolazzi ritornò a Vienna e si preparò a partire per la Germania per una serie di concerti in compagnia del figlio Giacomo Giuseppe.

Il 2 settembre 1803 il giornale “Leipziger Allgemeine Musikalische Zeitung” ci informa di un concerto di Bortolazzi a Dresda “…di Bortolazzi, il musicista di mandolino, dico soltanto che fa davvero molto. Che razza di povero arnese è mai questo strumento che può emettere soltanto una specie di frinire di grilli, nessun tono mantenuto, niente di cantabile”. A questo proposito Konrad Wölki osserva che “la tecnica mandolinistica del tempo non faceva uso del tremolo, e conseguentemente, trattava lo strumento solo con lo staccato. Questa rinuncia al tremolo non va comunque intesa come una limitazione espressiva, come d’altronde l’antica musica per liuto aveva già dimostrato attraverso i secoli”. A distanza di un mese un altro giornale, l’”Allgemeine Musikalische Zeitung” così descrisse un altro concerto di Bortolazzi: “… il Sig. Bortolazzi virtuoso di mandolino … di mandolino? Ripetono increduli scuotendo la testa molti lettori. Proprio così. E’ vero che in Germania il mandolino ha poco credito se suonato da mani poco abili, ma il signor Bortolazzi dimostra pienamente come spirito, sentimento, gusto e solerzia instancabili possano far parlare anche uno strumento insignificante in mani esperte. I suoi concerti con accompagnamento dell’orchestra non sono molto interessanti, ma le sue variazioni e simili piccoli pezzi (accompagnati, e bene, sulla chitarra dal figlioletto di sette anni) così come le sue improvvisazioni, sono degni di ascolto e molto gradevoli. Solo un italiano può essere capace di rendersi interessante con così poco: il signor Bortolazzi ha composto dei pezzi per il suo strumento ed altri ne compariranno presto”.

E’ interessante osservare che, mentre nella recensione del concerto di Dresda, il mandolino era descritto come un “… povero arnese” solo capace di “emettere una specie di frinire di grilli”, il giornalista di Lipsia sottolinea che il mandolino è uno strumento insignificante soltanto nelle mani di suonatori incapaci. Grazie al virtuosismo e alla tenacia di Bortolazzi, lentamente i musicisti abbandonarono i propri pregiudizi nei confronti del mandolino. La sua fortunata e intensa attività concertistica influì notevolmente a fare apprezzare il mandolino e il suo repertorio.

Il giornale “Musikalische Allgemaine” di Branschweig scriveva: “Il 15 novembre il mandolinista Bortolazzi ci ha riservato un semplice ma intenso piacere. La sua mirabile capacità esce esaltata dopo questo concerto”.

Nel 1804, a Berlino. Suonò accompagnato con la chitarra del figlio Giacomo Giuseppe di 8 anni, le variazioni tratte da un tema dell’opera “La bella molinara” di Giovanni Paisiello. Tre settimane dopo egli si esibì a Lipsia e anche in questa occasione scrive il giornale “… intratteneva piacevolmente i suoi ascoltatori riscuotendo un caloroso ed entusiastico successo”. Bortolazzi non era l’unico esecutore nei suoi concerti, ma divideva il programma con altri musicisti.

Ad esempio, nel concerto eseguito a Berlino nel 1804, veniva “presentato per la prima volta un quartetto per archi di Dussek”.

Nel 1805 la famiglia di Bortolazzi ritornò a Vienna dove tenne molti concerti e lavorò come insegnate di mandolino e chitarra e come compositore. L’ultimo resoconto sulla vita di Bortolazzi a Vienna risale all’8 aprile 1805.

A Vienna il mandolino era ormai di casa, basti pensare che Beethoven, che vi si era trasferito nel 1782, aveva scritto nel 1796 le sue composizioni per mandolino e clavicembalo. I giornali si occuparono con assiduità delle esecuzioni del “celebre mandolinista Bortolazzi” che dimostrava sempre “molta abilità, leggerezza e delicatezza”.

La stima dei viennesi fu un incoraggiamento a Bortolazzi per stabilire a Vienna la sua residenza definitiva.

La sua attività di concertista, di insegnante e compositore, gli consentivano una vita tranquilla e serena con la sua famiglia.

Konrad Wölki, che è stato il più tenace e appassionato studioso della vita e dell’opera di Bortolazzi, ci informa che dopo il 1814 non si trovano più notizie di lui. Che sarà accaduto?

Qualcuno ha sollevato l’ipotesi che sia ritornato in Italia, ma questa notizia non trova alcuna conferma. L’unica notizia relativa alla sua scomparsa la riscontriamo nel libro del Valentini che racconta: “ …Non sazio mai di onori, di luci e di avventure, volle traversare l’oceano per amore, dicesi, di una bella peccatrice coronata, di cui aveva sprezzato l’amore nei giorni delli splendidi trionfi di Dresda e che a lui tendeva pur sempre le sue braccia desiose. Per naufragio, con la moglie e con l’unico figlio, miseramente periva nel 1820, cinquantenne appena”.

Tutte le ricerche di ulteriori notizie sulla sua scomparsa non hanno avuto fino ad oggi, alcun esito positivo. Particolarmente importante è il contributo dato da Bortolazzi alla letteratura del mandolino e della chitarra.

Le sue composizioni testimoniano uno stile elegante e scorrevole, che però non sa mai andare in profondità. Nei lavori per mandolino è posta in risalto la melodia, mentre l’armonia è semplicissaima e scolastica. Le sue composizioni hanno però un grande significato storico, perché ci informano sul modo di suonare il mandolino nei primi anni del XIX secolo.[…]

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UGO BOTTACHIARI [Castelraimondo (MC) 1879 - Como 1944]

Ugo Bottachiari “è un giovane fornito di genio naturale che farà molto, molto, molto!”. Con queste parole profetiche si espresse il Maestro Pietro Mascagni, Rettore del Liceo Musicale “G.Rossini” di Pesaro, quando ebbe tra le mani le innumerevoli composizioni del nuovo discepolo; composizioni spontanee e molto originali, sgorgate naturalmente dal suo animo. E la profezia si avverò. [...] U.B. nacque in Castelraimondo (MC) il 10 marzo 1879. († a Como il 17 marzo 1944).

I suoi genitori furono Giuseppe Feliziano e Zenaide Francesca Cerqueti. La sua casa era dentro le mura castellane all’ombra di due vecchie torri: il Cassero e la torre campanaria di S.Biagio.

In quel tempo le condizioni economiche del paese non erano floride: si viveva con i frutti della campagna e con piccole industrie familiari, come la produzione di roncole, falci, zappe, vanghe e la cottura di vasi d’argilla. Tuttavia la famiglia Bottachiari, da antica data insediata nel, paese, viveva discretamente bene per la intraprendenza del babbo, che faceva lo scultore, nonché per le spiccate doti della mamma, ottima massaia, sempre occupata in lavori di cucito e maglieria.

Il piccolo Ugo crebbe in un ambiente sano e operoso; i suoi vagiti, i suoi gridi di gioia si confusero con i canti popolari della vicina chiesa e col suono delle campane: Anche le note della banda musicale - molto attiva in quel tempo - giungevano al suo udito, facendo fiorire il suo visino di sorrisi angelici e interessati. [...] Dallo scassato strumento - unico prezioso giocattolo della sua infanzia - riusciva a trarre tutti i motivi che conosceva, spesso creandone di nuovi, con estrema disinvoltura, fra l’ammirazione dei suoi e del vicinato.

A tredici anni (1892) fu mandato a Macerata, presso gli Ambrosetti suoi parenti, per frequentare le Scuole Tecniche. Vi andò col suo amato mandolino e, pur non trascurando i doveri scolastici, ben presto con i suoi nuovi amici formò un piccolo complesso per le ore di svago. Il gruppetto musicale, da lui capeggiato con precoce maestria, si fece tanto onore che i ritrovi, nonché i salotti cittadini, lo richiedevano con insistenza, facendogli gustare i primi trionfi purtroppo offuscati da un immenso dolore: in pochi giorni, colpita da un male incurabile, perdette la mamma adorata (1893).

Il binomio “Vita e Morte” = gioia e dolore, da quel momento segnò la sua esistenza e la sua arte in modo così profondo che tutte le sue composizioni ne furono impregnate. [...]

Ottenuto il diploma di Ragioniere, si iscrisse all’Istituto Tecnico Superiore per divenire, nella speranza dei parenti, un buon perito agronomo, ma il suo destino lo voleva tutto per la musica. Infatti nei ritagli di tempo si immergeva nei pentagrammi che lo attraevano più che le equazioni. Un continuo stimolo gli veniva anche dai suoi professori che lo consigliavano a non desistere. Specialmente il Preside Prof. Panelli e il famoso mandolinista Prof. Mazzoni, avendolo sorpreso ad “imbrattare” libri e quaderni con mazurke e walzerini, lo incoraggiarono a proseguire.

Ben presto s’impadronì dei primi elementi dell’armonia e fece meravigliare tutti per l’eccezionale attitudine che gli permetteva di improvvisare complete composizioni originali, nonché per l’abilità nel dirigere le piccole orchestre in modo inappuntabile. Nei salotti cittadini, come nel teatro “Elvia Regina”, alla “Filarmonica”, ovunque il precoce artista si faceva ammirare, ora suonando appassionatamente, ora dirigendo i complessi musicali che eseguivano le sue composizioni ancora acerbe. Pertanto nella regione divennero popolarissime alcune canzonette dialettali [...].

Il Prof. Mazzoni proclamava che un “artista nato” come lui doveva assolutamente frequentare la scuola del Mascagni, il quale allora dirigeva il Liceo Musicale di Pesaro. Dato che i parenti non avevano mezzi sufficienti a sostenere le spese di un corso regolare in quel Liceo, lo stesso Prof.Mazzoni con i suoi colleghi - fatto più unico che raro - promosse una sottoscrizione fra i maceratesi che risposero generosamente. A 18 anni lo studente agronomo, commosso e riconoscente verso i suoi benefattori, potè entrare in quel Liceo a realizzare i suoi sogni. Il Mascagni lo accolse, e poi lo seguì amorevolmente e lui studiò con grande impegno, facendo sua l’idea riformatrice del Maestro. Il Bottachiari ricordava che seguirono giorni durissimi di intenso lavoro per una sollecita e indispensabile preparazione teorica di armonia e contrappunto. Nonostante questo decise di iniziare a comporre la sua prima opera impegnativa, L’Ombra.

E l’anno dopo esordì con questa opera lirica in un atto, su libretto di Cosimo Giorgeri Contri. Al termine della prima esecuzione a Macerata ebbe la sorpresa di vedere una enorme folla osannante che lo attendeva; tra quella folla c’era anche il suo babbo (mastro Beppe) e lo zio Artidoro Ambrosetti, pittore e autore dei famosi affreschi che adornano l’Aula Magna della regia Università. Dopo il primo trionfo seguitò con passione i suoi studi senza peraltro giungere al termine dell’obbligatorio quinquennio. Potè laurearsi dopo il quarto anno con ottima votazione degli esperti esaminatori.

Il maestro Mascagni desiderava che il Bottachiari restasse ancora un anno per completare la sua specializzazione, ma il giovane preferì uscire subito per guadagnarsi da vivere. Partecipò al concorso per il posto di Direttore della Scuola Comunale G.Verdi di Figline Val d’Arno. Riuscì il primo. In pochi mesi, la sua banda primeggiò fra quelle della zona; dopo nove anni della sua attività, era ben nota e stimata anche fuori della Toscana.

Mentre dimorava in Figline si unì in matrimonio con la Signorina Elvira Giusti, il 9 aprile 1908. Andò ad insegnare a Matelica (Mc) negli anni 1910-11, quindi a Lucca (1912-13) dove insegnò anche all’Istituto Pacini; passò in seguito a Sestri Levante e là fu nominato membro della Giuria Musicale del “Sivori” di Genova, come più tardi lo sarà del “Concerto” di Bologna. Finalmente nel 1921 vinse il concorso per il “Concerto A.Volta” di Como, dove giunse nell’aprile del 1922 e vi restò per tutta la vita.

Diede alle stampe un buon numero di opere ed operette rivelandosi un compositore di tutto rispetto. Ma il suo genio emerse nella composizione lirica in cui molto si adoperò per riportare la musica italiana ai vecchi splendori.

Nell’anno 1903 compose Per la Patria, opera dedicata alla città di Pisa e stampata a Firenze dal Mignani. Il titolo poi fu mutati in Severo Torelli e stampato dalla Casa Musicale Ricordi di Milano. L’opera in tre atti è tratta da un dramma di François Copée su libretto di Carlo Zangarini: opera vigorosa, fece molto scalpore e venne disputata fra i più noti palcoscenici.

Nel 1910 diresse la sua Messa di Gloria nella cattedrale di Matelica: lavoro ben riuscito che mostra un profondo senso del sacro, specialmente nei pezzi del Sanctus e dell’Agnus Dei. Stimata di grandissimo pregio, fu poi eseguita in tante altre città.

Nel 1933 diede alle stampe Le beffe dell’amore, opera composta durante la prima guerra mondiale, in tre atti e su libretto di Augusto Lanzoni.

Nel 1935 mise in scena il poema drammatico tratto dall’opera letteraria di Vittorio Locchi, poeta-soldato allora ben noto. Col titolo l’Uragano riscosse larghi consensi.

Egli confidava agli amici che lavorava molto di notte perché, diceva, la notte concilia e invita al raccoglimento e alla meditazione. Affermava che la sola, l’unica gioia della sua vita era il lavoro.

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GIUSEPPE BRANZOLI (CENTO 1835 - ROMA 1909)

Nacque a Cento il 5 Aprile 1835 (secondo lo Schmidl a Imola nel 1845).

Stabilitosi a Roma in giovane età, studiò mandolino, chitarra, viola e composizione; s'interessò, inoltre, alla liuteria, divenendo esperto in questa materia. Fece parte come violista di alcune orchestre e nel 1858 divenne membro dell'Accademia filarmonica romana, partecipando a numerose manifestazioni musicali, come strumentista e come autore.

Fu professore anche dell'Accademia di S.Cecilia. Nella stagione estiva del 1860 si esibì come violinista alla Filarmonica; in uno dei concerti domenicali a palazzo Lancellotti venne eseguito un Trio di sua composizione, mentre alla fine di Luglio fu eseguita una sua opera, scritta su libretto della giovane contessa Teresa Gnoli, dal titolo Torquato Tasso a Sorrento. L'opera piacque molto, anche per la buona interpretazione degli artisti, specialmente del tenore C. Negrini, ma non risulta abbia avuto successive rappresentazioni.

Apprezzato per la sua attività di musicista, di concertista e di studioso, il Branzoli nel 1889 organizzò sempre alla Filarmonica, un concerto storico di musica teatrale, nel quale vennero eseguite musiche di Giulio Caccini e Claudio Monteverdi, con strumenti del 600 (una manifestazione del genere indica una cultura e un gusto artistico veramente notevoli, soprattutto se si considerano i programmi del tempo che spesso, oltre ad essere frammentari, proponevano, accanto a celebri composizioni, musiche di scarso interesse).

Intenditore di strumenti musicali egli iniziò una raccolta per l'Accademia di S.Cecilia, nella biblioteca della quale, nel 1896, occupò un incarico direttivo che conservò fino alla morte, avvenuta a Roma il 21 Gennaio 1909.

Delle numerose composizioni (per la maggior parte pezzi per mandolino e pianoforte, fantasie descrittive per 2 mandolini, mandola e pianoforte o chitarra, romanze per canto e pianoforte, ecc.) stampate a Roma, a Firenze e Milano, si ricordano Lieti Momenti, raccolta di 8 divertimenti per mandolino o violino con acc. di pianoforte, Firenze, senza data; Rimenbranze dell'opera Orfeo di G.C. Gluck per mand. e pf., Firenze, s. d.; una trascrizione facile per pianoforte della stessa opera, Firenze, s.d.; Inno all'Italia di C. D'Ormeville, per coro all'unisono (canto e pf.), Roma 1893 e 1894. Presso la biblioteca di S.Cecilia in Roma si conservano i seguenti manoscritti di musica strumentale: Quintetto con pianoforte (Acc. ms. 3133); Fantasia per clarino e pianoforte (Acc. ms. 3189); Fantasia per tromba e orchestra (Acc. ms. 3238) e Sinfonia a piena orchestra (partitura, Acc. ms. 3269), oltre a una trascrizione e messa in partitura di un madrigale a 6 voci, Ho visto il pianto mio, di T.Massarini, pubblicato a Venezia dal Gardano nel 1604 (Acc. ms. 855).

Come studioso e didatta scrisse: Metodo Teorico-Pratico per mandolino napoletano o romano, in due parti, stampato a Firenze e a Roma, s.d., che riscosse particolare successo, ottenne larga diffusione e fu premiato con medaglia d'oro all'Espo-sizione internazionale di musica di Bologna nel 1888 e al Palazzo dell'industria a Parigi nel 1890; fu tradotto in varie lingue e più volte ristampato a Milano (completato con il titolo Distribuito in 168 lezioni progressive con sonatine e duetti), fino al 1967; Ricerche sullo studio del Liuto, Roma 1889; Sunto storico dell'inta-volatura: Metodo pratico per suonare il Liuto corredato da antiche melodie tratte da celebri autori, Roma s.d. e Firenze 1889; Manuale storico del violinista, Firenze 1894; Metodo teorico pratico per chitarra, Firenze 1905 e Milano 1942; Metodo teorico-pratico per mandolino lombardo distribuito in 98 lezioni, Firenze, s.d. poi 1906; La scuola della velocità per il mandolino (scioglidita), Firenze, s.d.. Pubblicò, inoltre, Miscellanea musicale: raccolta di articoli pubblicati in alcuni periodici musicali con l'aggiunta di importanti note, Camerino, 1882; Dell'Udito, Schediasmi Musicali, Bologna-Roma 1894 (Conferenza tenuta in Bologna, Sala dei Fiorentini, 5 Marzo 1891) e Giuseppe Verdi, appunti e aneddoti, in "Giornale arcadico", s. 3, IV (1901), quaderno 38, pp. 149-157.

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DOMENICO DE GIOVANNI (1844-1925)

Da Vincenzo e da Antonia Solaroli, nacque a Castelbolognese il 14 Maggio 1844, Domenico De Giovanni che ben presto si avvicinò alla musica tanto che già nel 1862 faceva parte della Banda Filarmonica diretta dal maestro Pietro Meucci, toscano.

Chiamato alle armi, nel 1866, partecipò, con altri castellani, alla terza guerra d’Indipendenza. Riprese il suo posto fra la musica e nel 1879, sebbene non fosse in possesso di un titolo ufficale che ne attestasse l’idoneità, ricostruì la Banda a Castelbolognese.

Nel 1883 sostenne l’esame di maestro di Banda presso la Reale Accademia Filarmonica di Bologna ottenendo la patente di maestro conmpositore, riduttore e direttore, così che nel 1884 potè assumere, con pieno merito, la direzione della scuola di musica e della stessa Banda.

Passò a Fontanelice, nel 1885, per costituire un nuovo corpo bandistico. Raggiunse lo scopo tanto da ricevere da quel Comune un attestato di benemerenza e una medaglia d’argento “perché solo in un anno di assiduo e coscienzioso insegnamento, diede al paese la Banda musicale istruita a segno che in un pubblico esperimento l’ammirarono i bene intendenti e l’applaudirono tutti. 11 Aprile 1886.”

Lasciò Fontanelice nel 1897 per ritornare a Castelbolognese con il compito di insegnare musica e dirigere la Banda, fino a quando, già avanti negli anni, dovette sospendere ogni attività per malattia. Collocato a riposo nel 1923, morì il 30 Aprile 1925.

Durante i lunghi anni di insegnamento, portò alla professione di orchestrale molti giovani che si fecero conoscere ovunque. Fecondo compositore di ogni genere, ottenne molti premi e diplomi a Palermo, Roma, Torino, Firenze, Bologna.

Sui suoi meriti di compositore, in uno dei settori di cui si occupava il Nostro, riportiamo quanto scrisse “Il Mandolino”, giornale di Musica quindicinale di Torino - 30 gennaio 1905 - sulla sinfonia per quartetto “Il traforo del Sempione”: “Questa piccola Sinfonia, premiata com medaglia d’argento, del maestro Domenico De Giovanni, è di grande effetto, elevato come s’addice a sinfonia.

L’Autore ha schivato le volgari melodie, dandole un’impronta maschia; suggestionato dal titolo, sintetizzò nella breve sinfonia la colossale opera al traforo delle Alpi, rivestendola di una splendida creazione musicale, or dolce come il canto del buttero nelle calme praterie svizzere, or rumoreggiante come un treno che penetri nelle viscere del Sempione. Questa piccola sinfonia è degna compagna della Sinfonia in sol che tocca ora la terza edizione. I nostri rallegramenti all’Autore.”

Lo stesso giornale, in data 15 Aprile 1907, sulla nuova sinfonia “Flores Andinas”, disse: “In vista dei prossimi Concorsi d’esecuzione banditi in Italia e all’estero, il M.° De Giovanni, autore della Sinfonia in sol, ed altri pregevoli lavori, che destarono tanto entusiasmo, fruttando premi alle orchestrine, specialmente all’estero, scrisse per giornale “Il Mandolino” questo nuovo quartetto. Noi lo raccomandiamo semplicemente, senza incensature, per non mancare di rispetto all’Autore, persuasi che i quartettisti e i direttori di orchestrine l’apprezzeranno e che il plauso del pubblico coronerà l’opera.”

Altre informazioni sulla sua produzione, sempre nel campo degli strumenti a plettro, le offre il citato “Mandolino” - 15 Maggio 1898 - scrivendo che il Nostro ottenne la medaglia d’argento al IV Concorso Musicale di Composizione, 1898, per il quartetto Sinfonia in Sol.

Il giornale bolognese “Il Concerto” del 30 marzo 1906 pubblicò una polka dal titolo “I Pagliacci”, presentando pure una foto e una breve biografia di De Giovanni e un secondo periodico bolognese “Vita Mandolinistica” del 15 giugno 1906, lanciò uno “scottish” dal titolo “Il folletto”. Ancora ne “Il Mandolino” del 30 ottobre 1908, vediamo di lui un “Petit poëme symphonique” per quartetto a plettro. Nel periodico “Il Concerto”, del 1912, apparve la fantasia “Impressioni notturne” per orchestrina mandolinistica, premiata con medaglia d’oro.

Infine nel Bollettino edito da Adolfo Lapini di Firenze, nell’elenco dei premiati in una gara fra le composizioni per Banda, avvenuta nel 1897, figurava il Nostro con la serenata campestre “Sui nostri monti”.

Fra i lavori che si trovano nell’elenco che segue ricordiamo, oltre la nota sinfonia fantastica per Banda “La Palermitana” premiata a Palermo con medaglia d’oro, anche il gran valzer per Banda completa “Trionfo d’amore”, datato Fontana Elice 1984, premiato al Concorso musicale di Palermo dello stesso anno, con diploma di grado superiore e medaglia d’argento dorato e una “Gavotta”, divertimento d’archi, composta sempre a Fontana Elice e premiata con diploma e medaglia di bronzo al Concorso musicale fra soci onorari ed effettivi del Sodalizio Diritto e Giustizia di Palermo, nel 1896.

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SALVATORE FALBO-GIANGRECO [AVOLA 1872 – AVOLA 1927]

Nacque ad Avola in provincia di Siracusa e fin dall’infanzia ebbe un irresistibile trasporto per la musica.

A diciotto anni il maestro Pietro Antonino Tasca di Noto gli insegnò l’armonia.

A Palermo ebbe il primo maestro di contrappunto in Giorgio Miceli, allora direttore del quel Regio Conservatorio.

Due anni dopo, quando fu nominato direttore del conservatorio il maestro Guglielmo Zuelli egli ebbe la fortuna di esservi ammesso come alunno esterno, avendo a maestri Casi e Stroncone per il pianoforte, Favara per il contrappunto e fuga e Zuelli per la composizione.

In meno di due anni svolse tutti i programmi e nell’ottobre del 1896 sostenne brillantemente gli esami di licenza di pianoforte, composizione, contrappunto e fuga, ottenendo un ottimo diploma per una scena lirica a grande orchestra ed una fuga a cinque voci.

Cinque mesi dopo vinceva per concorso il posto di direttore della banda musicale di Nicosia, dove dimorò per tre anni. Però la sua mente fu sempre rivolta ala composizione.

Ed egli scrisse in quel tempo: un Kyrie Eleison a cinque voci con organo, stile severo, premiato con una medaglia al concorso del giornale La Scaramucccia di Firenze; una Lirica per archi ed una Romanza per violino e pianoforte, lavori premiati con diploma allo stesso concorso; una Ouvertura di stile classico, premiata al concorso Lapini, ed acquistata e pubblicata dallo stesso editore.

Chiamato a dirigere la banda del suo paese vi si recò; ed anche là, contemporaneamente all’opera di direttore, esplicò quella di compositore.

Frutto della quale furono i seguente lavori: un’opera in un atto, Intermezzo Pompadour ,su parole di F. Amato, rappresentata al teatro Garibaldi di Avola; una serenata per violino e pianoforte, vincitrice del premio del Ministero di P. I. al concorso del Plettro di Milano; una lirica per violino e piano, ed una Ave Maria premiate con medaglie d’oro al concorso dell’editore Venturi di Bologna e pubblicate dallo stesso; una romanza, Per morin, su versi del noto poeta Luigi Orsini, vincitrice del primo premio al concorso bandito dal Liceo musicale Gasperini di Genova  ed edita dalla casa Carish e Jänichen; un’operetta La Favola della Principessa vincitrice del secondo premio di lire seicento al concorso dell’editore Gori di Torino; una suite in tre tempi premiata con medaglia d’oro al 3° concorso  del Plettro di Milano e quivi eseguita dalla Filarmonica Paisiello; un’Ouverture vincitrice del primo premio al 4° concorso del Plettro ed eseguita nel settembre 1912 come pezzo d’obbligo al concorso di Bergamo dal “Club Armonia” di Trento dalla “Estudiantine Monegasque” di Monaco e dalla Società “La Filarmonica” di Torino.

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EUGENIO GIUDICI (1874-1949)

Nato a Bergamo nel 1874, seguì i corsi di armonia, flauto e composizione presso l’Istituto Musicale della città natale, sotto la guida dei maestri Cagnoni, Pizzi e Marinelli. Recatosi in seguito a Bologna, portò a termine gli studi in quel Conservatorio, diplomandosi a pieni voti in composizione e in direzione di Banda. Giovanissimo ancora, vinse il concorso che lo portava alla direzione dell’istituto Musicale di Badia Polesine dove rimase per sette anni. Nel 1909 si trasferì definitivamente a Bergamo dove mantenne una interrotta attività di compositore e direttore di bande musicali, ottenendo ben trenta diplomi in concorsi per composizioni sinfoniche, operistiche e operettistiche (le due rimarchevoli opere liriche Catullo e Nausica rimasero tuttavia inedite). Nella sua città per oltre un venticinquennio si trovò a capo dell’Estudiantina Bergamasca, che deve a lui la riduzione di un gran numero di brani per orchestra a plettro. Con articoli di interesse musicale Giudici collaborò con l’Eco di Bergamo e con altri periodici locali.

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BRUTO MASTELLI

E' nato a Ficarolo (RO) il 13 ottobre 1878; figlio di Celio possidente terriero, inizia da giovane l’avvicinamento alla musica e insieme ai suoi fratelli forma un’orchestrina di stampo famigliare.

In giovane età sposa Ilka Pelegatti e nel 1910 si diploma in clarinetto alla Reale accademia musicale di Bologna. Nel 1912 si trasferisce a Saluzzo (Piemonte) e viene nominato maestro di strumenti a fiato nella locale banda. Durante quel periodo nasce il suo primo figlio Ludovico.

Si trasferisce nel 1914 a Lugano vincendo il concorso di vice-direttore della Civica Filarmonica, carica che svolge fino al 1921. Contemporaneamente diventa direttore della banda Risveglio di Canobbio e dirige anche il Circolo dei Mandolinisti e chitarristi di Lugano.

Ottimo chitarrista suona anche in una formazione cameristica denominata i Tre Menestrelli.

Negli anni ’20 incomincia l’attività di clarinettista presso l’Orchestra del Kursaal di Lugano sotto la direzione del maestro Leopoldo Casella. Durante la stagione invernale si sposta a St. Moritz e si esibisce con l’orchestra The Danfrj’s.

Negli anni ’30 fa parte della Radiorchestra sotto la direzione di Otmar Nussio e svolge l’attività di primo clarinetto presso gli studi di Radio Monteceneri a Cassarate.

Fervida è la sua attività di compositore in vari generi musicali; ricordiamo soprattutto l’operetta Goal, dove figura l’inno dei Bianco-Neri, che nel 1927 diventa l’inno ufficiale del Footbal Club Lugano; dedica una Messa da Requiem allo statista Giuseppe Motta e riceve un riconoscimento da parte dello Stato del Vaticano (sotto papa Pio XII) per la composizione Preghiera alla Madonna.

Nel mondo musicale conosce e stringe rapporti d’amicizia con musicisti e compositori di levatura internazionale fra cui Pietro Mascagni, Richard Strauss, Wilhelm Bakhaus, Hermann Scherchen e Arturo Toscanini.

Per la Radiorchestra effettua anche la mansione di copista: le partiture ancora in dotazione dell’orchestra testimoniano la sua maniera di scrivere musica con calligrafia impeccabile; inoltre a Lugano promuove l’editoria dirigendo la casa Studio Musicale.

Muore a Lugano il 9/10/1962 dopo grave malattia polmonare circondato dalla famiglia composta da 5 figli (Ludovico, Carlo, Rosina, Antonio, Giuseppe). La salma riposa a Ficarolo, suo paese natale, in provincia di Rovigo.

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LUIGI MOZZANI (1869-1943)

Luigi Mozzani nacque a Faenza il 9 Marzo 1869 in una famiglia di origine anconetana di modestissime condizioni economiche, tanto che al compimento della prima classe delle elementari fu costretto a seguire il padre nel lavoro di calzolaio. Abbandonata a nove anni questa attività, lavorò presso un barbiere, suonatore di clarinetto, che risvegliò in lui l'interesse per la musica. Imparò a suonare la tromba presso un fornaio e divenne clarinettista nella banda musicale di Faenza, ma abbandonò assai presto per motivi di salute.

Riuscito a farsi  prestare una vecchia chitarra, la riparò e ne cominciò lo studio; intanto per guadagnarsi da vivere, non trovando occupazione come clarinettista, dovette acquistare e studiare l'oboe. A circa ventidue anni d'età riuscì ad iscriversi al Liceo Musicale di Bologna; fu promosso a pieni voti e potè quindi essere scritturato dal Teatro San Carlo di Napoli come primo oboe. Abbandonò poi la professione  anche a causa di una sfortunata tournée in America in una orchestra diretta da Arturo Toscanini che si concluse con il suo scioglimento. Luigi Mozzani si unì allora ad un trio di suonatori di banjo, iniziando così le carriere di concertistica e di insegnante di chitarra,  fino a pubblicare nel 1896 i tre volumi degli Studies for Guitar. Verso la fine del secolo, dopo una fortunata tournèe di concerti in Europa, a Parigi cominciò ad occuparsi di costruzione di chitarre. A Bologna poi continuò l'attività di liutaio  in collaborazione con due costruttori napoletani di mandolini e forse con l'aiuto del costruttore di chitarre, Utili di Castelbolognese.Tra il 1904 e il 1909, L.M. riprese a suonare all'estero, specialmente in Austria, dove venne a contatto con la "chitarra-lyra", strumento del quale iniziò uno studio costruttivo  in relazione alla tecnica di esecuzione. Nel 1909 prese a risiedere a Cento, in via Gennari,  dove conobbe Alfonsina Tassinari, che divenne sua moglie. Avvalendosi anche della collaborazione dei liutai Natale Carletto e Orsolo Gotti intensificò lo studio e la produzione di vari modelli di chitarra, alternando il lavoro di liutaio a quello di chitarrista e di didatta. In sua assenza, la direzione del laboratorio era affidata alla moglie; visti i continui successi tecnici e commerciali, il laboratorio fu ampliato e trasferito nei locali di un ex orfanotrofio sulla via Provenzale, sempre a Cento. Tra il 1915 e il 1924 progettò tutti i tipi di strumenti necessari per costituire un'orchestra a plettro. Nel 1929 ottenne dal Comune di Bologna di poter aprire un laboratorio-scuola denominato "Liuteria Italiana Luigi Mozzani", con sede in via Castiglione 36, a cui si accedeva attraverso un concorso. Alcuni tra i precedenti collaboratori furono assunti come istruttori: Primo Montanari, per la costruzione di chitarre; Claudio Gamberini per altri strumenti a pizzico; Carlo Melloni per gli strumenti ad arco; Luigi Bagnoli per l'insegnamento strumentale e Luigi Govoni come coadiutore. Gli insegnati erano stipendiati dal Comune di Bologna, che assegnò loro pure una abitazione. Nel 1933 il Comune decise di chiudere la scuola per motivi anche politici. L.M. continuò in un proprio laboratorio in via Barberia 12 la costruzione di strumenti, specialmente chitarre, con la collaborazione di Claudio Gamberini e di Rino Federici; i rapporti commerciali si estendevano in varie parti del mondo, ma il più grande successo di Mozzani fu la richiesta personale di Andres Segovia di potersi scegliere una chitarra.

Pur avendo diradato l'attività concertistica, L. M. continuò fino al 1939 a suonare in pubblico e nel '39 incise tre dischi con varie musiche, anche sue. Ma non aveva mai abbandonato l'idea della scuola di liuteria, e finalmente, con l'interessamento delle autorità locali , gli riuscì di aprirne una a Rovereto, in provincia di Trento.

Dopo la sua morte, avvenuta il 12 agosto 1943, la scuola continuò, sotto la direzione della moglie e del maestro Federici, una certa attività fino al 1947, anno in cui il Comune di Rovereto decise di chiuderla definitivamente. La maggior parte del materiale fu venduto o disperso; in seguito gli eredi stipularono un accordo con una casa musicale, autorizzando la costruzione di strumenti Mozzani.

L.M., oltre che un didatta disinteressato, fu un compositore di musiche per chitarra abbastanza fortunato. Le sue pubblicazioni sono tuttora in commercio. Restano inoltre numerosi scritti inediti, utili per la comprensione dei metodi costruttivi degli strumenti che egli adottava, sperimentando varie forme e strutture.

La sua figura di artista, costruttore e docente viene considerata come una somma di atteggiamenti e competenze che raramente un concertista, un liutaio e un insegnante possono possedere singolarmente.. L'ambizione a produrre, oltre che riusciti strumenti a pizzico di ogni forma e tipo, gli strumenti tradizionali della liuteria italiana - violino, viola e violoncello - lo portò ad addentrarsi in un campo in cui non riuscì ad eccellere. Tuttavia resta di lui, anche in questo settore, il ricordo di un maestro intelligente nell'insegnamento ed esigente nell'opera di realizzazione. La discontinuità di pregio degli strumenti attribuiti alla sua scuola dipende probabilmente dal diverso livello di capacità dei suoi collaboratori. Resta comunque indiscutibile che, in un periodo in cui alla chitarra si richiesero nuove prestazioni, L. M. fu tra i più attivi  nell'interpretare le nuove esigenze, fondendo l'esperienza dell'esecutore con quella del costruttore.

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GIUSEPPE PETTINE (1875-1966)

[…] Il giudizio di “virtuosi del mandolino” appare troppo sbrigativo per definire l’attività di compositori ed esecutori quali Ranieri, Pettine, Calace, Munier, tanto più che di alcuni di essi non possediamo neppure un catalogo completo delle opere; tra questi, Giuseppe Pettine.

Un’interessante biografia di Giuseppe Pettine è riportata nel fondamentale libro di Philip J. Bone, The Guitar and Mandolin. Biographies of Celebrated Players and Composers, London, Schott, seconda edizione ampliata, 1954. Ne riportiamo un ampio stralcio.

“Pettine, Giuseppe, contemporaneo, nato il 12 febbraio 1876 a Isernia; vive a Providence, U.S.A.. All’età di nove anni iniziò lo studio del mandolino con un dilettante, Camillo Mastropaolo, e tre anni dopo emigrò con la sua famiglia negli Stati Uniti. Si Stabilirono a Providence, Rhode Island, ove Pettine tuttora risiede.

Quando la sua famiglia arrivò negli Stati Uniti il mandolino era poco conosciuto e il giovane Pettine era considerato un prodigio. Nonostante il suo inglese fosse molto limitato, elementare e rozzo, Pettine dava lezioni di mandolino. Poiché non erano disponibili metodi soddisfacenti, dopo aver studiato teoria musicale e composizione con il famoso direttore di banda Reeves, Pettine realizzò e pubblicò un metodo, successivamente riveduto e ampliato a sei volumi.

Nelle vesti di virtuoso del mandolino egli percorse gli States dal Maine alla California per finire a Boston dove eseguì le più importanti composizioni per mandolino di autori contemporanei europei e americani, inclusi il suo concerto e quello di Ranieri.

[…] Pettine ha contribuito più di ogni altro alla diffusione del mandolino negli Stati Uniti; attraverso il suo metodo, gli studi, le esecuzioni pubbliche e l’insegnamento ha innalzato la reputazione del mandolino negli States.

Molti musicisti gli hanno reso omaggio; Calace gli ha dedicato il Concerto per Mandolino op.113.

Pettine era un musicista versatile, un’abile esecutore di clarinetto e saxofono; negli ultimi anni del secolo fu solista di saxofono in molti complessi bandistici di primaria importanza e per un certo periodo diresse una banda ed un’orchestra militare.

[…] Pettine ha realizzato incisioni di più di venti su composizioni per mandolino e pianoforte e per mandolino solo. E’ stato per molti anni direttore ed editore di una rivista musicale mensile Fretted Instruments News, dedicata alla cultura e alla evoluzione del mandolino.

Diamo un elenco (largamente incompleto, come si desume dal numero d’opera di alcune delle composizioni menzionate) di composizioni di G. P..

Le date fra parentesi si riferiscono all’anno di pubblicazione.

 

Philip Bone cita inoltre le seguenti composizioni:

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